Isabella Madia

Il Futurismo


di Isabella Madia

1. Incontro con Marinetti
2. Polemica sulla “fine” del futurismo nel 1918
3. La cinematografia futurista
4. Dziga Vertov e Ricciotto Canudo
5. Anton Giulio Bragaglia
6. Cinema e letteratura
7. Materiali di interesse storico
8. Primo Conti e “La pattuglia azzurra”
9. Ivo Pannaggi
10. Libri d’antiquariato
11. Una bibliotechina sul Futurismo

1. Incontro con Marinetti

Madia: Mario Verdone ci tiene a riferire, proprio per mettere un paletto storico, come i suoi primi studi sul Futurismo risalgano ad un'epoca in cui il Futurismo non era ancora generalmente apprezzato in Italia. Si tenga presente che verso la fine degli anni Quaranta, cioè fino al 1950, la vedova di Filippo Tommaso Marinetti era talvolta costretta a mantenere se stessa e le figlie vendendo per poco prezzo, ad uno ad uno, alcuni dei quadri futuristi che suo marito possedeva,  e gli italiani non li compravano. Riusciva a venderli all'estero; e questo è il motivo per cui non poche opere della collezione di F.T. Marinetti non sono più in Italia,  ma in America o in altri Paesi.
Il primo scritto di Mario Verdone sui futuristi è la spesso ricordata Bicchierata futurista: il fatto è dell'agosto 1935 e la sua memoria venne pubblicata nel 1936, nella cronaca di Siena, dal quotidiano fiorentino “La Nazione”, poi versata nel volume Diario parafuturista, e quindi, ad insaputa dell’autore, ripresa nel 1994; ma questo è un episodio a sé. Adesso ti prego di raccontare quando, come e in che occasione hai cominciato ad occuparti dei futuristi sul piano scientifico. Ciò è avvenuto nei primi anni Cinquanta o verso la fine degli anni Quaranta, cioè in un'epoca in cui i futuristi in Italia non erano abbastanza rivalutati e stimati.
Verdone: La prima occasione indubbiamente fu data da quel “Concorso di poesia bacchica, amorosa e guerriera” cui hai accennato. Ero stato presentato da Mario Celli e Ezio Felici all’addetto stampa della Mostra Nazionale dei Vini Tipici. Nell’anno 1935 fui incaricato di seguire in particolare il “Concorso nazionale di poesia bacchica, amorosa e guerriera” voluto da Filippo Tommaso Marinetti, che aveva preso sotto la sua egida le iniziative culturali della Mostra: e fu qui che conobbi non solo Marinetti, ma anche molti altri futuristi; e scrissi una paginetta di diario che più tardi pubblicai.
Madia: Ma come venne in mente a Marinetti di prendere l’iniziativa di un concorso poetico alla Mostra Nazionale dei Vini Tipici?
Verdone: Marinetti cercava di inserire il Futurismo in tutte le manifestazioni. Futurismo non era soltanto arte, era vita. Se, ad esempio, all’Azienda Turismo di La Spezia interessava fare propaganda al Golfo di La Spezia lui proponeva: «Facciamo un concorso di poesia sul Golfo di La Spezia». Occasioni del genere non se le faceva scappare e, venuto a Siena (anche per ammirarne la stazione ferroviaria, creata dall’architetto Mazzoni, che veniva considerata un piccolo gioiello di architettura futurista) e preso contatto con la Mostra, gli venne l’idea di fare il “Concorso di poesia bacchica, amorosa e guerriera”. La proposta venne accettata con entusiasmo perché la Mostra aveva interesse ad arricchirsi di manifestazioni allo scopo di farsi propaganda in tutta Italia; e infatti il concorso ebbe un successo nazionale e fu ripetuto.
Madia: Ma allora tu non eri stato mandato dal giornale, eri l’addetto stampa della Mostra?
Verdone: Entrambe le cose. L’una non escludeva l’altra; ma data la mia età (non avevo ancora vent’anni) non potevo essere considerato l’addetto stampa. Io dicevo scherzosamente che ero il “vice-scambio del sotto-aiuto” del Capo Ufficio Stampa della Mostra, Pietro Poggi. Non mi consideravo io l’addetto stampa: ero in pratica il suo aiutante. Eravamo in due: lui era il Direttore e io il vice-addetto, aiutante, apprendista.
Madia: Un allievo che faceva egregiamente il suo lavoro se ancora oggi il tuo antico scritto sull’eccezionale evento viene ripreso su qualche giornale.
Verdone: L’articolo venne pubblicato sulla “Nazione”, perché in quel tempo ero emigrato, dal “Telegrafo”, al giornale concorrente. Il mio resoconto della serata bacchica, poi inserito in un mio libro del 1990 intitolato Diario parafuturista, nel 1993 è stato ancora ripreso e pubblicato da un giornale senese, “La Voce del Campo”. Ciò mi ha valso la vittoria di un concorso giornalistico, verificatasi quasi a mia insaputa: gli organizzatori erano in possesso del giornale con l’articolo “riciclato”, ma non sapevano se era del 1993 o se lo avevo scritto, come effettivamente avvenuto, tanti anni prima.
Madia: Si tratta del premio della Casa vinicola “Barbi Colombini” comprendente anche ventidue cartoni di vini pregiatissimi, fra cui il celeberrimo Brunello di Montalcino di annate particolarmente fortunate. Lo so bene, dato che lo abbiamo gustato assieme.
Verdone: Fu dunque nell'agosto 1935 che ebbi la sorte di incontrare Marinetti - per me diciottenne fu un grande evento - e vi conobbi anche altri suoi seguaci. Successivamente mantenni rapporti epistolari con qualcuno dei futuristi, per esempio con il poeta Ignazio Scurto che era il più giovane, poi sposatosi con la pittrice Barbara, e quindi era quello con cui potevo familiarizzare meglio. Verso la fine degli anni Trenta ero stato addirittura invitato a far parte di un gruppo futurista fiorentino dissidente, capeggiato, credo, da Antonio Marasco ma di cui ritengo fosse stato ispiratore anche Emilio Settimelli. Chi cercava di convincermi era il giornalista Rodolfo Della Felice, Redattore del settimanale “La Rivoluzione Fascista” di Siena. Io gli risposi che era ridicolo che facessi parte di un gruppo futurista dissidente, in quanto, non essendo io neppure futurista, come facevo ad essere dissidente? Pertanto rifiutai, pur mantenendo la mia simpatia per tutti coloro che più o meno continuavano a credere nel Futurismo; ed erano sempre meno, perché poi, addirittura, scoppiata la guerra e venuto il dopoguerra, di Futurismo quasi non se ne voleva parlar più. Era quasi una damnatio memoriae che colpiva grandi artisti italiani oggi considerati maestri.

2. Polemica sulla “fine” del Futurismo nel 1918

Madia: Marinetti morì nel 1944, la guerra cessò nel 1945 e negli anni dal 1946 in poi il Futurismo venne tenuto in ombra o totalmente dimenticato, sia per la scomparsa di Marinetti, sia perché veniva strettamente associato all'epoca fascista.
Verdone: E per di più alcuni critici importanti di allora, cioè degli anni 1946 e seguenti, quali G.C. Argan, o Palma Bucarelli, che era la Direttrice della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, negavano che il Futurismo avesse continuato ad esistere dopo il 1918; anzi, scrivevano, propagandavano, insistevano sul fatto che il Futurismo era finito in coincidenza con la fine della prima guerra mondiale, con la morte di Sant’Elia e di Boccioni, con l’allontanamento di Palazzeschi o di altri influenti futuristi dal gruppo iniziale. Secondo tali critici, dunque, nel 1918 il Futurismo era morto. Anzi, Argan ebbe a scrivere più tardi - ad esempio - che certe opere del futurista Balla erano “ben povera cosa...”.
Ma non solo: i due autorevoli esperti che ora ho ricordato organizzarono la sezione italiana di  una mostra - da me personalmente visitata - in seno al Consiglio d'Europa a Strasburgo (sul tema L'arte fino al 1918) e nel catalogo veniva affermato che al Futurismo, ormai esaurito, era succeduta la Metafisica, cioè De Chirico, Savinio e via dicendo. Certamente De Chirico e Savinio erano personalità eccezionali, ma questo non significava  che il Futurismo fosse morto. Tant’è vero che anche negli anni Venti manifestazioni di arte futurista ce ne sono state, e importantissime: nell'aeropittura, che si sviluppò proprio negli anni Venti e Trenta, nell’arte sacra futurista, nella scenografia, nella poesia visiva, nel teatro. Tutto questo dimostrava che essi erano pienamente in errore: il Futurismo esisteva ancora, sia pure attraverso una generazione più giovane, che continuava ad ispirarsi alle idee diffuse dal Manifesto di Marinetti e dei suoi amici dal 1909.
Gli aeropittori, i teatranti, i poeti visivi degli anni Venti e Trenta, sempre consideravano Marinetti come il loro capo carismatico e attorno a lui gravitavano. Naturalmente dopo la morte di Marinetti tutto un po' si affievolì. A ciò si aggiunse l’ostilità della critica di sinistra e l’identificazione del Futurismo col Fascismo.
Nel dopoguerra (cioè dal 1946-47 in poi) critici autorevoli erano di orientamento ideologico di sinistra e perciò tendevano - errando - o a ignorare il Futurismo o a identificarlo col deprecato regime fascista. Anche per reazione contro tutto ciò che apparteneva al ventennio 1920-1940 (cioè al periodo fra la prima e la seconda guerra mondiale) quanto si riferiva a quell’epoca veniva scartato o taciuto e, dunque, fra le tante cose respinte c’era il Futurismo.
Sotto il profilo scientifico e storico tale atteggiamento era completamente sbagliato, non c'era un taglio netto tra Futurismo e antifascismo. Il Futurismo attirava i giovani di qualunque orientamento fossero e quindi c’erano, sì, i fascisti, ovviamente, ma ce n’erano anche tanti che erano antifascisti come Ivo Pannaggi, Vinicio Paladini, e Pippo Oriani che sono stati miei amici. Ho conosciuto l’architetto Alberto Sartoris, Emilio Pettoruti, Mauricio Pogolotti, Ruggero Vasari e tanti altri che non erano affatto fascisti; anche il vincitore del concorso di poesia bacchica del 1935, che conobbi a Siena, Lorenzo Viani, si associava in quella occasione ai futuristi, ma in realtà era un anarchico, non era un fascista. E tutto questo dimostra che l’atteggiamento di certi critici era assolutamente errato. Il Fascismo non si addiceva certo a numerosi pittori futuristi di Torino, Napoli, Pavia, Macerata.
Ho sostenuto nei miei primi studi sul Futurismo, dissentendo dai pareri di illustri colleghi, che la sua vera datazione (e ne ebbi anche il consenso di Enrico Falqui) era: 1909-1944, cioè dalla fondazione e fino all’anno della scomparsa di Marinetti. Mi riferisco ai miei libri Che cos’è il Futurismo, Il movimento futurista, Il Futurismo, e specialmente ai capitoli che in essi sono intitolati Per una storicizzazione: 1909-1944, data che ora è pubblicamente accettata anche nel volume Futurismo 1909-1944, catalogo della mostra allestita nel 2001 al Palazzo delle Esposizioni di Roma, a cura di Enrico Crispolti.

3. La cinematografia futurista

Madia: Vorrei che tu mi parlassi specificamente della cinematografia futurista che, come mi hai più volte raccontato, anche indipendentemente da questo lavoro, è stata un ponte di transito dalla tua passione (e dai tuoi studi) sul cinema verso le tue ricerche su tutto il Movimento Futurista. Dopo il tuo emozionante incontro con Marinetti (1935) tu, che eri da sempre appassionato di cinema, hai voluto conoscere specificamente il cinema futurista e da ciò è nato il tuo interesse per tutto il movimento creato da Marinetti.
Verdone: Si, questo è stato il filo conduttore del mio percorso. Come abbiamo già ricordato, io avevo conosciuto personalmente Marinetti e numerosi futuristi, in occasione del “Concorso di poesia bacchica, amorosa e guerriera” svoltosi a Siena nel 1935 e ne avevo anche pubblicato la cronaca.
Naturalmente io, giovanissimo all’epoca, ero stato profondamente colpito dal vento di innovazione portato da Marinetti e dai suoi sodali.
Ci furono poi diverse concomitanze fortunate. Negli anni immediatamente seguenti e verso la fine degli anni Trenta, quando ero uno studente universitario appassionato di cinema, avevo “incontrato”, nelle annate 1907-1908 della pregevole rivista senese “Vita d’arte”, le corrispondenze da Parigi di un personaggio che mi attrasse immediatamente, Ricciotto Canudo, e incuriosito avevo cercato di capirne meglio il pensiero sulla nuova arte. Scriveva Canudo: «Un nuovo sogno del meraviglioso imposto dalla scienza ispirerà i nuovi maestri d’arte di domani». Primo teorico della “settima arte”, Canudo è oggi riconosciuto come precursore della scuola cinematografica d’avanguardia francese.
Entrato nel 1941 al Centro Sperimentale di Cinematografia e nella Redazione di “Bianco e Nero” vi consultai una antologia di scritti sul cinema che comprendeva anche il testo del Manifesto sul cinema futurista di Marinetti e quando, all’incirca nella stessa epoca, uscì il film Fantasia di Walt Disney, io vi riconobbi immediatamente le idee enunciate decenni prima dal Manifesto.
A ciò si aggiunga che sempre, nei miei primi anni al Centro (1941-1948), io vi ho frequentato alcuni personaggi - che, al pari di me, vi lavoravano - futuristi o vicini alle avanguardie: Virgilio Marchi, Antonio Valente, Guido Fiorini, Umberto Barbaro.
Nel 1948 ho ripetutamente scritto su Canudo e la cinematografia di avanguardia ma desidero ricordare specificamente un precedente articoloForme pure del fonofilm   (in “La critica cinematografica”, di Parma - di cui ero il corrispondente da Roma - n. 7, settembre 1947).
Nel 1948 mi sono anche interessato al cinema d’avanguardia sovietico: Ejzenstein, Dziga Vertov, Kuleshov, Kozincev e la sua Fabbrica dell’Attore Eccentrico, sui quali ho scritto una Breve storia dell’estetica cinematografica in Russia (in “Libera arte”, n. 15-16, 1948).
Nel dopoguerra, nel 1946, essendomi dedicato allo studio del cinema d'avanguardia di tutti i Paesi, potei dunque constatare come la prima teoria, la prima vera spinta al cinema non commerciale, e di sperimentazione, era stata data proprio da Marinetti e dai suoi amici col Manifesto del 1916, il Manifesto della Cinematografia Futurista. Questo Manifesto avrebbe dovuto produrre degli effetti in Italia, ma ne produsse ben pochi, per il semplice motivo che nessun produttore si sentiva di impegnare i propri denari nei film pensati dai futuristi. Per di più il nostro cinema, chiamiamolo così, “commerciale”, nel primo dopoguerra (1919) era entrato, per vari fattori, in piena crisi. Come potevano i produttori pensare prioritariamente al cinema d’avanguardia? Ci volevano degli sponsors (diremmo oggi), dei  mecenati  disposti a produrre film futuristi; quindi in Italia, salvo poche manifestazioni di questo genere, (la prima delle quali fu il film Vita futurista di Ginna, Corra, Marinetti, Balla, Chiti), di film futuristi quasi non ce ne furono. Però il merito dell’Italia nel campo del cinema d’avanguardia è di avere teorizzato in anticipo tutto quello che il cinema d’avanguardia avrebbe poi realizzato in Francia, in Germania, in Russia, in Svizzera e in altri Paesi.
Madia: E’ molto probabile che il Manifesto della Cinematografia Futurista del 1916 abbia direttamente influenzato esperimenti attuati fuori dall’Italia, dato che Marinetti, quando lanciava un manifesto, era sollecito a farlo tradurre in varie lingue, e a farlo pubblicare sui giornali di numerosissimi Paesi, anche assai lontani.
Verdone: Esatto. In Russia, ad esempio, conoscevano benissimo le idee di Marinetti e dei suoi manifesti, di qualunque argomento fossero. Quindi le idee futuriste correvano per il mondo. Io possiedo un libro dell’armeno Hrand Nazarian, Il futurismo, stampato nel 1910 a Tiflis (Georgia). Ricordo che il mio amico Grigori Kozincev, fondatore dell’Eccentrismo e della FEKS (Fabbrica dell’Attore Eccentrico) aveva chiamato la “caffeina” d’Europa papascia Marinetti (nonnino Marinetti).
Madia: Il suo manifesto (del 1922) Ekstzentrism è pubblicato nel tuo saggio I FEKS, la fabbrica dell’attore eccentrico su “Marcatre”, n. 19-22, Lerici, Milano, 1966, e nel libro La FEKS, Premer Plan, Lione, 1970 dove è incluso tra i documenti il capitolo: “À la source de l’Excentrisme: le Futurisme”.
Verdone: Nello studiare il cinema d’avanguardia, nel trovare il collegamento fra  il Manifesto uscito in Italia e i risultati verificatisi negli altri Paesi, cioè fra la teoria enunciata nel Manifesto e le sue applicazioni, non potei fare a meno (nel mio già ricordato libro intitolato Gli intellettuali e il cinema, pubblicato nel gennaio 1952) di parlare di Marinetti e delle sue idee riguardanti il cinema d'avanguardia; anzi un capitolo di questo libro si intitola  proprio Da Canudo a Walt Disney attraverso Marinetti. Che cosa significava? Significava che le idee di Marinetti erano finite anche in America, perfino nei film di Walt Disney e in particolare nel celeberrimo film Fantasia al quale ha lavorato un tedesco, Oskar Fischinger, che quando viveva in Europa aveva sicuramente avuto familiarità con le teorie futuriste, perché il Futurismo fu ben conosciuto in Germania. Poi, evidentemente, al tempo delle persecuzioni hitleriane, questo tedesco si era rifugiato negli Stati Uniti e il film Fantasia (che è stato fatto nel 1940) presenta parecchie connotazioni che sono futuriste, anche se certamente non si può dire che sia totalmente futurista. Tuttavia protagoniste del film - che è a episodi - sono spesso le cose, i colori, gli oggetti. Naturalmente c’è una differenza fra un episodio e un altro, fra una sequenza e l'altra, perché il film Fantasia è un film composito cui hanno contribuito autori diversi ma ci sono alcuni pezzi che sono assolutamente d’avanguardia, come quelli in cui addirittura diventano protagoniste le macchie di colore, le linee, i segmenti geometrici. Ci sono momenti del film Fantasia (e anche del successivo Make Mine Music, intitolato in Italia Musica Maestro!) in cui c'è evidentemente un’influenza futurista.
Ecco quindi  perché mi sembrava logico, sul piano scientifico, dimostrare come le idee da Marinetti erano finite, sì, presso lo svedese Viking Eggeling (perché aveva creato una “sinfonia di linee” come aveva proposto Marinetti nel suo Manifesto), ma c'era anche il tedesco Hans Richter che aveva adoperato “parole e numeri in libertà”, come voleva Marinetti. Anche Walter Ruttmann, quando aveva diretto nel 1929 il film Sinfonia di una grande città, non aveva fatto che mettere in pratica un’altra idea di Marinetti: cioè che i personaggi di un film non fossero soltanto le persone umane, ma anche “le città, le schiere, le montagne, i paesaggi, gli aeroplani”. Tutto questo si riflette prima nei film di Ruttmann, dei russi (le compenetrazioni e simultaneità di Dziga Vertov), dello svedese Eggeling, dei francesi; e in seguito anche nei menzionati film di Walt Disney. Come si è detto, Oskar Fischinger fu chiamato da  Disney alla realizzazione del film Fantasia ed ebbe una storia curiosa in quanto, dopo aver lavorato a questo film, fu da Walt Disney licenziato. Probabilmente Disney non approvava completamente queste esperienze di avanguardia. Anche se le aveva accettate in qualche episodio dei due film che ho citato,  non intendeva proseguire sulla stessa via.
Madia: Nel 1952, dunque, il capitolo contenuto nel libro Gli intellettuali e il cinema, che nella sua prima edizione era pubblicato dalla Casa editrice di “Bianco e Nero” e CIDALC, è uno dei primi scritti in cui Mario si interessa del Futurismo sul piano scientifico. Successivamente lo stesso libro è stato ristampato, nel 1982, dall’editore Bulzoni di Roma. Nel 1967 invece uscirà Cinema e letteratura del futurismo, per le edizioni di “Bianco e Nero”, poi ristampato dal Comune di Rovereto, in occasione di una manifestazione dedicata al cinema d'avanguardia (1990). Il libro fu recensito da Alberto Viviani, uno dei più autorevoli storici del Futurismo, su “L’Osservatore romano” (22 ottobre 1969): «Un vastissimo e poderoso affresco di una attività creativa quasi ignorata o troppo presto dimenticata».
Altra concomitanza fortunata fu la tua amicizia con Anton Giulio Bragaglia.

4. Dziga Vertov e Ricciotto Canudo

Verdone: Quando - negli anni Cinquanta - mi incontravo - sovente a teatro, in occasione di “prime” - con Anton Giulio Bragaglia il discorso sul cinema d’avanguardia spesso ritornava e lui non mancava di darmi preziose indicazioni. Mi disse addirittura che se io volevo saperne di più sul cinema d’avanguardia dovevo andare a trovare Arnaldo Ginna, che abitava a Roma in Via Monti Parioli. Non avevo delle coordinate precise. Fui tuttavia fortunato perché il portiere di un palazzo dove mi ero recato, dopo avermi assicurato che Arnaldo Ginna non esisteva, aggiunse che in quella abitazione c’era soltanto il Conte Arnaldo Ginanni Corradini. «Proprio lui!», dissi, e fu così che lo rintracciai.
Madia: Non v’è dubbio che sei stato tu lo scopritore e valorizzatore dell’opera di Arnaldo Ginna negli anni Sessanta, ma mi sembra doveroso ricordare che oggi sua nuora Federica Ginanni Corradini sta curando affettuosamente e con molto impegno - ricorrendo spesso ai tuoi consigli  -  l’archivio di carte e opere pittoresche dell’artista.
Verdone: Nel 1963 pubblicai un libro, fatto tradurre dal russo, di Nicolaj Abramov, intitolato Dziga Vertov, dedicato a un regista d’avanguardia futurista, il cui vero nome era Denis Arkadevic Kaufman, ma il suo nome di battaglia era Dziga Vertov, che potrebbe significare “Ruota che corre”: nome tipicamente futurista.
Negli anni Cinquanta i miei interessi per il Futurismo ormai spaziavano da quello italiano anche a quello di Paesi stranieri, tanto è vero che poi, per il libro su Dziga Vertov, scrissi una lunga prefazione su questo argomento. Come ho già detto, sin dalla seconda metà degli anni Trenta avevo cercato di capire meglio le teorie di un italiano, un uomo dell’avanguardia, Ricciotto Canudo, che si era trasferito a Parigi ed era diventato amico di Apollinaire, il quale lo aveva soprannominato “le barisien” perché era un parigino “trapiantato”, provenente da Bari. Parecchi anni dopo, nel 1966, avrei fatto l’edizione italiana del libro di Ricciotto Canudo (che era morto nel 1923) intitolato L’usine aux images, cioè  L’officina delle immagini.
Madia: L’avere fatto studi su Ricciotto Canudo, che era di religione valdese, ha procurato a Mario Verdone le simpatie di un professore universitario, anche lui di fede valdese.
Verdone: Si tratta del professor Enea Balmas, di letteratura francese, che fece parte della Commissione giudicatrice del concorso per Professore Aggregato di “Discipline dello spettacolo” bandito dall’Università di Parma. Gli studi su Canudo mi valsero la stima di tale membro della Commissione.

5. Anton Giulio Bragaglia

​Nel 1960 Anton Giulio Bragaglia morì. A quel tempo io, che con fervore studiavo tutte le avanguardie cinematografiche, ritenni mio compito urgente scrivere la prima monografia su Anton Giulio Bragaglia, un regista teatrale soprattutto, ma anche cinematografico, curioso di mille cose - e per questo me lo sentivo molto vicino - , studioso di romanistica, del teatro di ogni Paese, della commedia dell’arte, delle maschere, un personaggio per cui nutrivo grande ammirazione. Oltrettutto lo consideravo un “cittadino del mondo” perché aveva viaggiato (aveva persino studiato in Argentina il Teatro gaucho) ed era stato proprio lui che nei teatri di Roma, sostenuti finanziariamente dal Governo fascista, aveva fatto rappresentare le opere di O'Neill e di altri autori americani col pretesto che erano “oriundi irlandesi”. Anche tra gli inglesi sceglieva quelli di origine irlandese. L’Irlanda non condivideva le scelte britanniche antiitaliane, ovvero antimussoliniane. Insomma riusciva a rappresentare in Italia gli autori stranieri nonostante l’imperante nazionalismo e l’autarchia culturale.
Pubblicai la monografia su Anton Giulio Bragaglia nel 1965, libro che, devo dire, fu scarsamente recensito, probabilmente perché vi si trattava di un “fascista”. Non affermerei, però, che Anton Giulio Bragaglia fosse un autentico fascista “totale”; anzi, era una persona molto indipendente esui generis. Tuttavia nel dopoguerra era facile affibbiare l’etichetta di fascista a qualcuno, così che era bollato e condannato all’ostracismo e all’esclusione dal mondo culturale. E’ vero, in effetti, che  fosse amico di Mussolini, che ottenesse sovvenzioni per i suoi teatri (il Teatro degli Indipendenti, e - poi - il Teatro delle Arti), che avesse dei rapporti con il fascismo e che fosse anche un Consigliere Nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni in quanto era il rappresentante nazionale degli artisti e dei professionisti. E’ certo che qualcosa ebbe in comune col fascismo, ma quanto alla tessera del Partito Fascista posso dire con certezza che Anton Giulio non l’ebbe mai fino a che fu nominato Consigliere Nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, alla fine degli anni Trenta, allorché, cioè, le sue attività nel mondo dell’arte perduravano già da trenta anni. Al momento in cui venne nominato dalle autorità Consigliere delle Corporazioni, si accorsero che non era iscritto al Partito e di ufficio lo iscrissero e gli diedero la tessera. Quindi i discorsi sulle pretese origini fasciste di Bragaglia non sono pienamente giustificati. Nonostante avesse un’amicizia personale con Mussolini, era spesso  tenuto in disparte, a volte criticato, sopportato: questa è la realtà dei fatti.

6. Cinema e letteratura

Uscito il libro su Bragaglia - nel 1965 - scrissi subito dopo, e mi ci vollero un paio d’anni, il libro Cinema e letteratura del futurismo: i miei studi, infatti, procedevano di pari passo sia nel versante letterario che in quello cinematografico e poiché Ginna e Corra avevano tutti e due operato nel campo giornalistico e letterario, avevano tutti e due partecipato al film Vita futurista, da essi stessi finanziato, era il momento buono per mettere a frutto, insieme, le mie conoscenze cinematografiche e letterarie e per stendere un libro che non si limitò soltanto a Ginna e Corra, ma che portò in campo tanti altri problemi, tanti scrittori, il protosurrealismo in Italia, ed anche Remo Chiti, che era un altro membro del gruppo, ma non aveva mai pubblicato libri. Ed io, purtroppo, soltanto poco dopo la sua morte pubblicai un libro di inediti di Remo Chiti, forse nel 1970, intitolato La vita si fa da sé. Ricordo che dall’ospedale dove era ricoverato mandò il figlio a chiedermi le “bozze”. Il titolo La vita si fa da sé era anche un’idea radicata in me, come in Remo Chiti: in qualcuno dei suoi scritti figurava questo assioma che io avevo fatto mio. Forse Chiti  avrebbe preferito che il libro venisse intitolato Consigli di eleganza, dato che aveva una rubrica in un giornale in cui scriveva “Consigli di eleganza” che sostanzialmente erano consigli di vita: non si trattava di questioni mondane o di moda, ma di eleganza di vita in senso lato, eleganza spirituale. Io gli diedi l’altro titolo perché lo ritenni più aderente alle idee dell’autore (e alle mie).
Concludendo - ed anche trascurando l’incontro a Siena con Marinetti e i futuristi - abbiamo visto: del 1952 Gli intellettuali e il cinema, in cui c’è un capitolo Da Marinetti a Walt Disney; negli anni Sessanta Ricciotto Canudo, l’avanguardia e la Libera Docenza; poi il libro su Dziga Vertov(1963); nel 1965 il libro su Bragaglia in cui si parla ancora di Futurismo, e poi altri saggi pubblicati su “Bianco e Nero”, in cui avanguardia eFuturismo vengono spesso trattati, per esempio anche in un saggio sull’ungherese Lazlo Moholy-Nagy (a proposito del cinescenario futurista Dinamica di una città) e uno precedente su Luigi Veronesi, un pittore di Milano molto vicino alle avanguardie mitteleuropee, soprattutto al Bauhaus. Anche qui il mio studio insisteva sui temi di avanguardia, che perseguivo nella saggistica. Fu pubblicato su “Bianco e Nero” nel 1956.
Madia: Può essere interessante scorrere la rivista “Bianco e Nero” come pure altri periodici dal 1952 al 1965, e ci si ritroverebbero probabilmente vari tuoi articoli su questi temi.
Verdone: Non molti, ma alcuni certamente: per esempio uno sul russo Rodcenko. Erano scritti di venti-trenta pagine che a quell’epoca  richiedevano ricerche non facili; quindi non molti, però che comprovano che stavo battendomi per aprire la strada per una completa rivalutazione del Futurismo, non trascurando, naturalmente, tutte le avanguardie coeve. Nel 1967 produco un fascicolo speciale di “Bianco e Nero” dedicato al Futurismo, da cui poi traggo il già ricordato libro Cinema e letteratura del futurismo.
Altra circostanza per me fortunata. Verso la fine degli anni Sessanta ho avuto il privilegio di conoscere personalmente Benedetta, la vedova di Marinetti e le figlie Ala, Vittoria e Luce, che da allora mi hanno, in infinite occasioni, fornito generosamente notizie e materiale documentario per le mie ricerche. Mi sono molto care le foto che mi ritraggono assieme a loro a Roma, al Caffè Viola di Praga e al Caffè Giubbe Rosse di Firenze.
         In seguito, fra il 1967 e il 1969, mi metto a caccia di tutti gli autori drammatici futuristi e fermo l’attenzione su Ruggero Vasari, di Messina, il quale aveva fondato una “centrale futurista” a Berlino dove aveva pubblicato anche una rivista che si chiamava “Der Futurismus”.

7. Materiali di interesse storico

Madia: E’ negli anni Settanta che Enzo Benedetto (che io ho avuto il piacere di intervistare) ha chiamato a raccolta i futuristi per il revival del movimento e ha fondato la sua rivista “Futurismo Oggi”. Quindi le tue ricerche sono precedenti.
Verdone:     Per essere esatti Benedetto è stato futurista ininterrottamente dal 1923 in poi, e non si è mai fermato; è sempre stato futurista ed ha sempre sostenuto il movimento creato da Marinetti; ma dopo la morte del fondatore era quasi un solitario, come in un certo senso lo ero anche io tra i critici, nell’apprezzamento totale del movimento. Diversa era la situazione nella critica d’arte, specie rispetto ai grandi scomparsi: Boccioni e Sant’Elia.
Come critico, interessato a tutte le espressioni artistiche praticate dai futuristi, ero quasi un isolato; ma Luciano De Maria, Maurizio Calvesi ed Enrico Crispolti hanno messo in evidenza aspetti fondamentali del movimento. Poi gradualmente i consensi si sono accresciuti. Benedetto ha chiamato i superstiti pittori intorno alla sua rivista “Futurismo oggi”. Parallelamente ho recuperato materiali che potevano servire alla “storia del Futurismo”. Ecco allora il significato del mio contributo: di aver raccolto materiali che altrimenti sarebbero andati perduti e di avere risuscitato l’interesse per il Futurismo in molti ex-futuristi, i quali non ci credevano più, anzi si stupivano che io andassi a interrogarli e restituissi credito al loro lavoro. Per esempio Ruggero Vasari si meravigliava che io andassi a Messina - fra il 1967 e il 1970 - per acquisire notizie del suo teatro futurista, di L'angoscia delle macchine, di testi oramai del tutto dimenticati ... In tale epoca mi sono dedicato intensamente a scrivere a molti futuristi superstiti, ho intrattenuto rapporti epistolari con loro, Bruno Sanzin, Enif Robert, Cangiullo, Oriani, Conti, Acquaviva...
Con Pino Masnata, di Stradella, mi misi in contatto fra il 1965 e il 1968 (anno della sua morte). Masnata aveva da tempo pressoché completato un libro, La poesia visiva, che era di teoria e di storia della poesia visiva, di critica e di documentazione. Il libro era inedito, non era riuscito a pubblicarlo, perché non era considerato vendibile.
Madia: E’ quello stampato presso l’editore Bulzoni di Roma nel 1980. Masnata ti aveva dato prima di morire il dattiloscritto originale che credo tu abbia poi depositato presso la Fondazione Conti di Fiesole.
Verdone: Infatti. Poi ho ripubblicato, nel 1970, un romanzo di Bruno Corra che ritengo il più originale romanzo futurista, e cioè Sam Dunn è morto. E’ apparso presso Einaudi, con un chiarimento sull’importanza di tale opera, i collegamenti con l’“occultismo” e il precorrimento del surrealismo. In seguito, contattando Edoardo Sanguineti, sono stato incoraggiato a fare il  libro, da me proposto, Prosa e critica futurista, e in questo volume ho tracciato una piccola storia della letteratura futurista ed ho antologizzato cinquanta autori, la maggior parte dei quali assolutamente dimenticati, autori che oggi sono oggetto di tesi di laurea e di studi presso tutte le Università d’Italia - nessuno escluso - ma che al tempo della mia pubblicazione pochi conoscevano. Il libro è intitolato Prosa e critica futurista (Editore Feltrinelli, 1973): ci ho messo del tempo per farlo, qualche anno, perché raccogliere tutta la documentazione non è stato facile. Nel 1969-70 ho scritto il libro Teatro del tempo futurista e qui mi sono occupato del teatro futurista, specialmente di quello siciliano (e quindi di Ruggero Vasari) e anche del Teatro degli Indipendenti (dei fratelli Bragaglia). Nel 1970 ho composto Teatro italiano d'avanguardia - Drammi e sintesi futuriste. Li preparai quasi contemporaneamente: uno, Teatro del tempo futurista, era di storia e critica, mentre Teatro italiano d'avanguardia - Drammi e sintesi futuriste era invece una antologia. Quindi, riassumendo, ho raccolto e antologizzato il  teatro e la letteratura, valorizzato le teorie futuriste sul cinema, salvato la Poesia visiva di Masnata, salvato gli scritti di Remo Chiti, il teatro di Govoni, anche post-futurista, gli autori del teatro sintetico, e più recentemente (1992) - ma la raccolta del materiale l’avevo già fatta molti anni fà - ho recuperato il teatro di Emilio Settimelli. Come ricorderai, ho scritto il libro a Fregene, durante l’estate. Ed ora mi sto interessando ad altri suoi scritti inediti, tra cui il Codice della vita energica. Insomma credo di aver fatto un non inutile lavoro di ricerca e di rivalutazione. Sulla pittura e scultura alcuni critici d’arte hanno lavorato egregiamente, e più di me. Negli altri campi posso rivendicare una certa priorità di ricerca. Nel teatro, fu Giovanni Calendoli ad occuparsi particolarmente del teatro di Marinetti.
Madia: Il tuo attivo interesse per il Futurismo, negli anni del secondo dopoguerra, ha costituito un incoraggiamento e un sostegno per gli stessi futuristi.

8. Primo Conti e "La pattuglia azzurra"

Verdone: Te ne fornisco un altro esempio. Al gruppo fiorentino era stato dato da Raffaello Franchi un nome pittoresco, “La pattuglia azzurra”, e ne facevano parte Ginna, Corra, Settimelli e Chiti, che ho già ricordato, ma anche Primo Conti. Primo Conti è pittore di notevole statura che era stato futurista e che poi era diventato “novecentista”. Negli ultimi anni della sua vita, proprio in coincidenza con la rivalorizzazione anche dei suoi stessi scritti da me operata (perché lo inserii nel libro Prosa e critica futurista) ricominciò a scrivere e a raccogliere le sue vecchie  cose futuriste; addirittura ebbe l’idea di costituire la già citata Fondazione Primo Conti (Centro di Studi delle Avanguardie Storiche) che ha sede vicino a Firenze, a Fiesole, nella sua villa detta “Le Coste”. Poiché aveva apprezzato i miei scritti e aveva capito che io ero uno dei più vicini a questi problemi, uno dei più appassionati a studiarli, volle che io facessi parte del Comitato Scientifico di questo Centro. Ciò è avvenuto negli anni Settanta ed io continuo a far parte del Comitato Scientifico. Anzi, devo dire che con Primo Conti strinsi grande amicizia; ero spesso da lui, in  villa, a Fiesole. Ci riunivamo, organizzavamo pubblicazioni e incontri sui futuristi. E facevamo insieme anche dei gustosi pranzetti dato che godeva anche di  una buona cucina. Ogni tanto mi faceva qualche regaluccio, un quadro o una litografia. Si, eravamo diventati buoni amici. Da allora Primo Conti si è rimesso a scrivere, ha composto le sue memorie (dettandole a uno studioso sudamericano, Gabriel Cacho Millet), ha ripubblicato i libri che io avevo indicato come significativi (ad esempio Imbottigliature), molte sue poesie e prose liriche. Quindi Conti è stato un altro di quelli che si sono rimessi a scrivere e a pubblicare dopo la rivalutazione delle loro opere attuata da me e dalle mie ricerche. Ma ci furono anche Mario Dessy, e il triestino Sanzin, che ricominciarono a scrivere dopo i primi incontri con me. Ci fu il riminese Nelson Morpurgo, che era vissuto soprattutto in Egitto ed aveva fondato un gruppo di futuristi ad Alessandria d’Egitto.
Soprattutto una grande amicizia la stabilii con Ivo Pannaggi che mi raggiunse per lettera da Oslo.
 
9. Ivo Pannaggi

Madia: Quando lo hai conosciuto Pannaggi già viveva stabilmente ad Oslo?
Verdone: Sì. Era emigrato in Norvegia negli anni Trenta perché antifascista (altra prova che Fascismo e Futurismo non erano la stessa cosa). Era andato al Bauhaus in Germania, poi da lì, quando il Bauhaus fu sciolto per ordine di Hitler, invece di tornare in Italia, se ne andò ad Oslo dove fece prima l’architetto e poi, con singolare autovocazione, l’operaio meccanico. Era però architetto: “Arkitekt Ivo Pannaggi” recitava l’intestazione della sua carta da lettere. Aveva rinunciato a tale professione dopo esperienze che lo avevano deluso e si era messo a fare l’operaio. Mi diceva che aveva in tal modo realizzato il suo sogno di occuparsi a tempo pieno delle macchine. Non a caso aveva scritto con Vinicio Paladini una Estetica della macchina (stampata nel 1922 dalla rivista di Alberto Viviani “La nuova Lacerba”) e recante il titolo Manifesto dell’arte meccanica futurista(iniziativa cui poi si era aggregato anche Enrico Prampolini). Il suo lavoro era di oliare le macchine, pulirle, ingrassarle, ed era un po’ l’idea che aveva avuto anche  un altro futurista, Fedele Azari, che aveva fondato la Società di Protezione delle Macchine analoga a quella per la Protezione degli Animali.
Pannaggi si sentiva, anche nella persona fisica, un vero uomo futurista: aveva avuto un incidente a un ginocchio, dovettero operarlo e gli misero una protesi metallica dentro la gamba; in una lettera mi disse tutto trionfante che lui ormai era veramente un futurista perché “uomo meccanico dalle parti intercambiabili”. Con Pannaggi stabilii una sincera e profonda amicizia, tenevamo una fitta corrispondenza. Aveva apprezzato molto i miei saggi sul futurismo, letti su “Bianco e Nero” o su altre riviste, come pure i miei libri che uscivano, e mi riforniva instancabilmente di notizie, e anche di materiali e documenti. Mi regalò (spedendomele per posta) numerose caricature futuriste, saranno una trentina; alcune le avevo pubblicate, ad esempio sulla rivista di Brescia “Didattica del disegno”; molte erano rimaste inedite, però le ho presentate in qualche mostra (nel 1995 nella Mostra di Macerata intitolata Ivo Pannaggi e l'arte meccanica futurista) e in cataloghi di opere futuriste.
Verso il 1970, Ivo fece una mostra a Roma, e io comprai due o tre suoi quadri, a poco prezzo perché allora non erano cari.
Madia: Certamente non lo erano dato che difficilmente un professore universitario come te, non certo molto danaroso, si poteva permettere di fare acquisti di costose opere d’arte.
Verdone: Sono quadri che ho ottenuto dalla Galleria espositrice  per poche centinaia di migliaia di lire, ma oggi, quando li presto alle mostre, gli organizzatori me li assicurano per cifre molto più alte. Il loro valore è sicuramente aumentato, ma siccome non ho mai fatto commercio di queste cose, non so quanto valgono esattamente. Arricchii quindi la mia collezione.
Madia: Questi quadri che hai acquistato sono quelli (oggi spesso pubblicati e notissimi) che contengono bozzetti per la rappresentazione dellaAngoscia delle macchine di Ruggero Vasari?
 
10. Libri d’antiquariato

Verdone: Sì. Sono bozzetti per costumi di “uomini meccanici”, robot. L’amicizia con i futuristi - dicevo - mi procurò qualche regalo di quadri, disegni o altre opere d’arte. Però fu l’unico vantaggio che ne ho ricavato. Con i libri non ho lucrato mai alcunché perché non tutti gli editori mi hanno ricompensato; anzi ci ho sempre rimesso. Infatti, per capire bene il movimento futurista nel suo complesso, io dovevo acquistare personalmente tutti i libri che riguardavano l’epoca futurista e quindi mi ripassavo diligentemente tutti i cataloghi delle librerie di antiquariato e via via che trovavo un libro che non conoscevo lo compravo. Allora lo potevo fare perché costavano mille o duemila lire l’uno; oggi gli stessi libri li vedo venduti a tre o quattrocentomila lire, cifre iperboliche.
Madia: In coincidenza con la sottovalutazione del Futurismo i libri dell’epoca anni Venti o anni Trenta non erano, alcuni lustri or sono, valutati molto. Erano considerati vecchiume. Adesso vengono ritenuti di pregio e sono oggetto di affannosa ricerca da parte di collezionisti e studiosi.
Verdone: E’ così vero che oggi la mia collezione di edizioni futuriste è diventata preziosa perché ci sono libri  rarissimi. Il valore insostituibile che io annetto loro è che, per consultarli, non ho bisogno di andare nelle biblioteche pubbliche.
Madia: C’era un altro studioso e collezionista, poi diventato tuo amico,  che consultava premurosamente quei cataloghi e mi hai raccontato che tutte le volte che  telefonava al libraio per acquistare un certo volume, gli rispondevano: «Non c’è più. E’ già stato venduto». E se lui domandava: «Chi lo ha comprato?», ogni volta gli rispondevano «Il professor Verdone». «Sempre lui!». Chi era questo tuo concorrente?
Verdone: Uno studioso di valore, austriaco, il dottor Walter Zettl, funzionario ministeriale a Vienna, e che è stato anche Direttore dell’Istituto Austriaco di Cultura a Roma.
Madia: Quello che abbiamo conosciuto a casa di Titti e Eduardo Palumbo? E che ha dedicato a Bragaglia un fascicolo della rivista di Vienna “Maske und Kothurn” dove figura anche un tuo scritto (Bragaglia nel cinema, n. 4, 1966)?
Verdone: Sì, anche lui si occupava assiduamente, specialmente per la parte teatrale e scenografica, delle avanguardie, e si precipitava a comprare quei libri, ma spesso io lo avevo già preceduto, sempre secondo il mio principio che “per arrivare primi bisogna camminare più svelti degli altri”...
Madia: Ed anche secondo il metodo paliesco della “scappata” (come hai scritto in un tuo racconto), cioè di scattare in velocità sin dall’inizio, entrando “di rincorsa” al “canapo” - i termini sono senesi - mentre gli altri cavalli sono ancora fermi.

11. Una bibliotechina sul Futurismo

Verdone: Tutto questo ha permesso che io approfondissi le mie conoscenze e poi componessi io stesso una piccola “bibliotechina Verdone” sul Futurismo. Credo di aver pubblicato almeno venti o trenta libri sul Futurismo che riguardano il cinema, il teatro, la scenografia, diversi pittori che erano rimasti sconosciuti e da me rivalorizzati. Ho fatto cataloghi per Enzo Benedetto, per Arnaldo Ginna, per l’udinese Johannis, per il pavese Luigi Rognoni, per il torinese Pippo Oriani; ho scritto per Balla, Pannaggi, Virgilio Marchi, Cangiullo, Prampolini, Conti, Acquaviva (di Savona), Tulli, Delle Site, Marasco. Mi riferisco soprattutto a cataloghi per mostre oltre che a libri teorici. Ho pure scritto libri o rassegne, in riviste specializzate, sul teatro, sulla poesia visiva di Pino Masnata, sul teatro sintetico futurista, sul teatro d’avanguardia, e Avanguardie teatrali da Marinetti a Joppolo. Ho tutta una schiera di miei libri su questi argomenti.
Naturalmente non mi sono limitato alle avanguardie teatrali; anzi, siccome ero soprattutto critico e storico cinematografico, scrivevo sulle avanguardie storiche anche con riferimento al cinema ed uno dei miei volumi più apprezzati dagli studenti, più letto, è Le avanguardie storiche del cinema, edito dalla SEI e di cui sono state stampate varie edizioni. Un altro mio libro da ricordare è stato Che cos'è il futurismo che ho pubblicato, anche quello verso il 1970, con le edizioni Astrolabio di Roma, libro che fu immediatamente tradotto in Spagna col titolo Que es verdaderamente el futurismo. Passato un po' di tempo l’editore Lucarini chiese di ristamparlo con un altro titolo, Il movimento futurista. Trascorsi ancora altri anni, nel 1994, sempre con lo stesso testo, ché non ho cambiato neanche una parola, è stato di nuovo ripubblicato, con il titolo Il futurismo, da parte della Casa Newton Compton nelle edizioni “Millelire” e se ne sono vendute centinaia di migliaia di copie. Poi lo ha acquistato da tale editore la multinazionale Norma di Bogotà (Colombia) che ha diffuso El futurismo (1997) in Argentina, Venezuela, Guatemala, Messico, Panama, Equador, San Salvador, Uruguay, Portorico, Cile, ed anche a Miami (USA) e Barcellona.
Un altro libro che ritengo ricordevole perché in fondo è una raccolta memorialista di incontri piccanti o curiosi è Diario parafuturista. In questo libro sono rievocati i miei incontri con Marinetti, e con tanti autori, italiani soprattutto. Ma tratto anche di stranieri,  futuristi spagnoli, italo-americani, portoghesi, giapponesi. Insomma, sono portato a credere che questa mia bibliografia personale, abbastanza ampia, può avere oggi un significato, forse anche una utilità.
E’ vero che oggi escono continuamente libri sul Futurismo; spesso io non vi sono neppure citato (anche se frequentemente saccheggiato), però è indiscusso che, almeno in certi settori, sono uno di quelli che sono stati più attivi e tra i primi, specialmente per il teatro e il cinema, per la prosa e per la critica futurista. Nel campo della storia dell’arte ci sono critici che hanno lavorato molto, che hanno prodotto magnifiche monografie su Boccioni, su Balla, su Depero, sul così detto “secondo futurismo”. Il lavoro da fare era immenso e taluni critici italiani ne hanno fatto ed anche molto bene. Ho sempre la loro considerazione e quando c’è qualche convegno o seminario in cui si deve parlare del Futurismo sono sempre interpellato soprattutto per quell’ampio settore che conosco meglio e che è quello dello spettacolo, della scenografia, del cinema e del teatro. La realtà è che ad occuparmi del Futurismo ho cominciato abbastanza presto. Non sono pochi quelli - anche residenti a Parigi, Spagna, o altri Paesi - che mi hanno consultato, che hanno proseguito nella stessa strada, o mi hanno imitato, magari col metodo del “sorpasso”. Un esempio lo denunciai, per la Francia, in relazione a Le rythme coloré di Léopold Survage, una serie di cartoni per film che io per primo avevo a suo tempo rivalutati ricevendone una lettera affettuosa e riconoscente dallo stesso artista.
Madia: Vanni Scheiwiller ti ha chiamato “il detective del Futurismo”, per la tua costante opera di ricerca dedicata a scovare qualcuno o qualcosa che di tale movimento fosse rimasto ignorato. E’ detto nel suo intervento alla tavola rotonda Primo Conti e la Pattuglia Azzurra, in “Antologia Viessieux”, n. 39-40, 1974.
Verdone: La definizione non può non lusingarmi.
Madia: Dobbiamo aggiungere che gli studi su Bragaglia non si limitarono a quella monografia del 1965, ma che successivamente ne hai fatti altri sia con singole monografie dedicate ai quattro fratelli Bragaglia,  cioè Anton Giulio, Carlo Ludovico, Arturo e Alberto, ma anche con  libri come I fratelli Bragaglia, e La casa d’arte Bragaglia (quest’ultimo in collaborazione con due ricercatrici).
Verdone: Quanto ai miei studi sulle connessioni tra occultismo e Futurismo, che risalgono alla fine degli anni Sessanta, sono condensati (con traduzione in lingua tedesca) nel catalogo Okkultismus und avantgarde, preparato, assieme ad altri autori, per la mostra svoltasi nel 1995 a Frankfurt am Main.
Madia         : Per concludere, vorrei ricordare anche i tuoi lavori degli anni 1995 e 1996 riguardanti gli artisti futuristi. Hai scritto un ampio saggio su Virgilio Marchi scenografo, che poi è stato utilizzato nella Mostra allestita al Festival Cinematografico di Locarno del 1995. Due saggi li hai scritti per il catalogo della mostra Ivo Pannaggi e l’arte meccanica svoltasi a Macerata nell’estate 1995, sotto gli auspici della Cassa di Risparmio di Macerata, cui hai pure prestato numerose opere e caricature di Pannaggi.
Per il catalogo della mostra Futurismo e Meridione, svoltasi a Napoli nell’estate 1996, hai rievocato Francesco Cangiullo e i fratelli Bragaglia.
Hai pure scritto, a Cantalupo in Sabina, in parallelo a questo lavoro che stiamo facendo assieme, la presentazione per la mostra delle aeropitture di Vladimiro Tulli (Galleria Arco Farnese, Roma, 1996).  Nello stesso anno hai dedicato un quaderno a Velocità, cinescenario di Pippo Oriani (il film è stato proiettato al Festival del Cinema Ritrovato, a Bologna) mentre hai presentato nel 1995 nella Mostra “Cento anni di cinema”, a Cinecittà, il cinescenario inedito, a te personalmente dato da Luce Marinetti, Velocità (il titolo è identico) di F.T. Marinetti. Qualche tempo dopo un altro studioso lo ha pubblicato asserendo che lo aveva “scoperto”.
Successivamente hai ritrovato un Manifesto inedito di F.T. Marinetti sull’Eloquenza sintetica. Lo hai fatto stampare dalla rivista di Bologna “Terzo Occhio” (n. 82, 1997).
Verdone: La mole di lavoro e l’interesse sull’avanguardia italiana continua ad aumentare e probabilmente in futuro potrei avere anche altre cose da dire. Di recente ho firmato il catalogo delle opere pittoriche del pavese Angelo Rognoni di cui mi ero occupato in Teatro del tempo futurista anche come drammaturgo.
Madia: Il tuo interesse per il teatro futurista non è stato soltanto storico-critico. E’ ben noto che tu hai anche favorito - come accennato nel capitolo quinto - la ripresa di testi futuristi (a Roma e a Firenze) e la presentazione (in lingua cèca) del collage Uccidiamo il chiaro di luna! (al Caffè Viola di Praga) e di Scintille futuriste (a Parigi, Théâtre de la Bonne Graine, 1997).
Vorrei aggiungere che dello stile sintetico-futurista ti sei talmente impadronito, sino a farlo tuo, che uno dei tuoi ultimi libri, pubblicato dalla Società Italiana Autori Drammatici contiene atti unici brevi che hai appunto intitolato Teatro breve. E so che hai nel cassetto anche tanti piccoli “minidrammi”, che, sia pure con spirito diverso, ricordano Cangiullo e Campanile.